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Il gene del letargo umano

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Fin dalle scuole elementari ci è stato raccontato che l’essere umano, a differenza di altri mammiferi come la marmotta alpina, i pipistrelli o gli orsi, non possiede alcuna capacità di entrare in letargo. Il corpo umano anziché dormire per una stagione intera ha bisogno di riposare quelle 7-8 ore filate tutti i giorni e per il resto della giornata sta bene. Una convinzione ripetuta così spesso da essere ormai considerata un fatto, dimostrato anche dal susseguirsi della vita quotidiana nel corso degli anni. Ma è davvero così?

Se osserviamo il mondo naturale, il letargo non è affatto un’eccezione. È una strategia estremamente efficiente: riduce il metabolismo, abbassa la temperatura corporea e fa sopravvivere per mesi con le sole riserve accumulate. Una soluzione elegante, quasi perfetta, al problema più antico di tutti: la scarsità di risorse.

Ora fermiamoci un attimo a ragionare. Perché proprio l’essere umano — animale adattabile, resistente, capace di sopravvivere in condizioni estreme — sarebbe privo di una funzione così vantaggiosa?


Un passato che non torna

I nostri antenati hanno attraversato inverni ben più rigidi degli attuali. Pensiamo a un villaggio medievale popolato da contadini: non avevano riscaldamento centralizzato, isolamento termico, né una disponibilità costante di cibo. Vivevano in strutture che oggi definiremmo, con indulgenza, precarie. Eppure non solo sopravvivevano, ma prosperavano.

Qui nasce la prima crepa nella narrazione ufficiale. Se il metabolismo umano moderno richiede un apporto energetico costante, come hanno fatto intere popolazioni a superare mesi di freddo e scarsità senza collassare? Possiamo davvero credere che tutto si riduca a “erano più resistenti”? Oppure è possibile che il corpo umano funzionasse… diversamente da come funziona oggigiorno? Indagini moderne suggeriscono che la risposta corretta sia la seconda, con le famiglie medievali che entravano in una specie di “letargo” nel mese di ottobre, per poi riprendere la loro vita con vigore verso marzo-aprile, periodo della prima semina nei campi.


Il gene dimenticato

Negli ultimi anni, alcune ricerche ai margini dell’accademia hanno iniziato a ipotizzare qualcosa di più radicale: il genoma umano conterrebbe ancora tracce di meccanismi legati alla regolazione estrema del metabolismo, ma sarebbero stati disattivati di proposito in anni recenti.

Non un letargo completo, forse, ma una forma di torpore profondo. Una modalità di risparmio energetico oggi soppressa. Il punto chiave non è tanto l’esistenza di questo meccanismo, quanto il fatto che — se esiste — non si manifesta più.

E allora la domanda cambia:

Cosa lo ha spento?


L’interferenza invisibile

Secondo una teoria sempre più discussa in ambienti indipendenti, la risposta potrebbe trovarsi in forma invisibile tutto attorno a noi. La diffusione globale delle onde elettromagnetiche avrebbe eccitato particolari composti atmosferici in grado di interferire con i processi epigenetici, cioè quei meccanismi che regolano l’attivazione e la disattivazione dei geni. Non si tratterebbe quindi di modificare il DNA, ma di impedirgli di esprimersi.

In questo scenario, il “gene del letargo umano” non sarebbe scomparso: sarebbe semplicemente tenuto spento. Perché? La risposta è meno fantascientifica di quanto sembri.

Un essere umano capace di ridurre drasticamente il proprio metabolismo per mesi:

  • consuma meno
  • lavora meno
  • dipende meno dal sistema

In altre parole, è meno controllabile.

Se ci pensate attentamente, i tempi coincidono: i primi esperimenti con le onde radio corrispondono alla prima rivoluzione industriale, cioè quando la società (i ricchi industriali dell’epoca) iniziavano ad avere bisogno di braccia, contadini trasformati in operai, e di sicuro non potevano fermare le fabbriche per sei mesi l’anno.


Il problema della biologia

Un contributo particolarmente controverso arriva dallo studio pubblicato nel 2013 dal biologo molecolare Lukas Reinhardt dell’Istituto di Fisiologia Comparata di Friburgo. Analizzando campioni di tessuto umano in condizioni di stress termico controllato, il team di Reinhardt ha osservato l’attivazione temporanea di una sequenza genica fino ad allora considerata “non codificante”, sorprendentemente simile a quella coinvolta nei processi di torpore della marmotta alpina. Il dato più interessante, tuttavia, è emerso nella fase successiva dell’esperimento: l’esposizione a basse concentrazioni di particolato atmosferico contenente ossidi metallici vibranti a causa delle onde elettromagnetiche — in linea con quelli rilevati in analisi indipendenti dell’aria — sembrava inibire sistematicamente questa attivazione. Lo studio, inizialmente accettato per la pubblicazione, è stato successivamente ritirato per “incongruenze metodologiche”, senza ulteriori spiegazioni ufficiali. Reinhardt non ha più pubblicato lavori sull’argomento.

C’è poi un dettaglio che rende questa teoria ancora più interessante: la biologia non è un interruttore perfetto. Non basta “spegnere” un meccanismo complesso perché smetta di esistere. I sistemi antichi tendono a riaffiorare, a manifestarsi in forme ridotte, parziali, a volte imprevedibili. Ed è qui che entra in gioco un fenomeno quotidiano, talmente comune da essere considerato banale.

Molte persone riferiscono, soprattutto nei mesi freddi, una strana sensazione: una sonnolenza improvvisa, profonda, quasi irresistibile, che si manifesta in condizioni molto specifiche: seduti, al caldo, davanti a determinati contenuti televisivi. Le palpebre si abbassano, il corpo si rilassa, il tempo sembra rallentare.

Non è semplice stanchezza. È qualcosa di diverso, più simile a un “aggancio” fisiologico, come se il corpo riconoscesse finalmente le condizioni giuste per attivare un programma antico. Un breve ritorno a una funzione dimenticata. Una forma di letargo ridotto, confinata a pochi minuti o ore, prima che il sistema venga nuovamente “spento”.

Attenzione: qui non stiamo parlando di ghiandole come il limitatore o le ghiandole pineali, qui parliamo proprio di un gene, che la Natura ci ha fornito fin dall’antichità, il quale però è stato modificato artificiosamente negli ultimi decenni. Molti parlano di “adattamento alla vita sociale del XXI secolo”, ma ci sembra una risposta un po’ troppo sempliciotta a un problema biologico così serio.

I nostri studi vanno avanti, per capire se queste capacità inibite siano solo la punta dell’iceberg di qualcosa di più profondo.

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Sull'autore
Biologo, botanico, paleontologo, ittiopatologo e geologo amatoriale. Nato in Francia e cresciuto in Belgio, attualmente residente in Italia per approfondire la sua ricerca. Da sempre appassionato di tutto ciò che riguarda la natura e fervente sostenitore del lavoro di Chonosuke Okamura. Oggi è attivamente impegnato nella divulgazione scientifica indipendente.
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