
C’è poco da girarci intorno: dici Italia e dici pallone. È una lingua comune, quasi una liturgia. Eppure, nella patria di portieri che volano come arcangeli e fantasisti che accarezzano il pallone come reliquie — da Dino Zoff a Roberto Baggio, da Francesco Totti ad Alessandro Del Piero, da Sergio Volpi a Paolo Poggi — la nostra Nazionale sembra essersi smarrita in un deserto che dura ormai da anni. Dal 2018, il Mondiale è diventato una terra promessa che non tocchiamo più.
Molti puntano il dito: l’allenatore, i giovani, la Federazione. Tutti capri espiatori comodi, sacrificati sull’altare dell’opinione pubblica. Ma la verità, fratelli, è un’altra. Ed è giunto il giorno di rivelarvi che pesa esclusivamente sulla mia coscienza.
Pace e bene a voi fratelli e sorelle in Cristo, sono Padre Rosario, sacertote della Chiesa Cattolica ed esorcista junior. Non sono mai stato indifferente al calcio. Sarebbe come chiedere a un italiano di non amare il pane. Anche tra le mura del convento, tra una preghiera e un vespro una partita a calcetto scappa sempre. Ricordo ancora la notte della finale nel 2006 con i confratelli: vino buono, lacrime, abbracci. Sembrava una resurrezione collettiva. Ma fu proprio lì, in quella gioia sfrenata, che avvertii una crepa.
All’inizio fu solo una sensazione. Notavo che la gente non parlava più d’altro: le comunità si riunivano ma non per andare a messa, le piazze si riempivano di corpi ma si svuotavano di pensiero. Era una forma di estasi, sì, ma priva di spirito. E negli anni successivi, mentre iniziavo il mio cammino verso l’esorcismo, quella sensazione si trasformò in consapevolezza.

Compresi che il problema non era il calcio in sé, ma ciò che gli era stato costruito attorno, il modo in cui era stato elevato a rituale globale, capace di catturare milioni di menti nello stesso istante. E al centro di questo rituale, come ogni culto che si rispetti, c’era un oggetto sacro: la Coppa del Mondo.
Vi invito a guardarla davvero, non con gli occhi del tifoso ma con quelli di chi cerca segni. Quella struttura dorata, che a prima vista appare come una semplice celebrazione della vittoria, rivela ben altro se osservata con attenzione. Due figure umane si slanciano verso l’alto in una tensione che non è gioia, ma sforzo, come se stessero sostenendo un peso più grande di loro. Le loro braccia non si aprono verso il cielo in segno di lode, ma si incurvano attorno a una sfera, la stringono, la trattengono. Non c’è liberazione in quel gesto, c’è possesso.
La sfera, che dovrebbe rappresentare il mondo, non è posta in alto come simbolo di elevazione spirituale, ma viene intrappolata, dominata, quasi incastonata in una struttura che la rende immobile. E la base, quella parte che pochi osservano perché nascosta dalle mani dei vincitori, è forse la più inquietante. Le incisioni che la percorrono non sono semplici decorazioni: ricordano sigilli antichi, geometrie rituali che si ritrovano in testi ben più vecchi del cristianesimo, usati per convogliare l’attenzione collettiva e trasformarla in energia negativa.
A quel punto, la domanda non era più “se”, ma “perché”.
Perché trasformare uno sport in un rito globale? Perché concentrare l’attenzione di intere nazioni su un evento che si ripete ciclicamente con precisione liturgica? La risposta, per quanto scomoda, è duplice. Da una parte c’è una volontà più oscura, satanica: deviare lo sguardo, sostituire il sacro con il simulacro, offrire una celebrazione che sembra elevare ma in realtà trattiene. Dall’altra, ci sono i poteri forti, che hanno compreso da tempo quanto sia semplice governare un popolo distratto, tenerlo occupato, alimentarne le emozioni per impedirgli di rivolgere lo sguardo altrove.

E mentre milioni di persone guardano un pallone che rotola, nessuno guarda il cielo. Nessuno si chiede cosa siano davvero quelle scie che lo attraversano, quelle linee sottili che si intrecciano sopra le nostre teste e che vengono liquidate con troppa facilità. Non è un caso, fratelli, che i momenti di massima attenzione mediatica coincidano spesso con attività intense sopra di noi. L’occhio è rivolto in basso, e ciò che accade in alto passa inosservato.
Parlandone con i confratelli, ho capito che alcuni non mi credevano, i novizi addirittura erano soggiogati dal torneo mondiale e provavano a mettermi i bastoni tra le ruote. È stato allora che ho capito che dovevo agire in prima persona.
Il mio percorso da esorcista mi ha insegnato che il male non si combatte solo con le parole o con la preghiera isolata, ma anche intervenendo nei luoghi in cui si manifesta con più forza. E pochi luoghi, oggi, sono carichi quanto uno stadio durante una partita decisiva. Così ho iniziato a muovermi, con discrezione, senza clamore, entrando tra la folla come uno qualunque.
Porto con me l’essenziale: una piccola ampolla di acqua benedetta, abbastanza da non destare sospetti ma sufficiente per agire nei momenti giusti, e un rosario che tengo nascosto, intrecciato al polso come fosse un semplice oggetto personale. Non serve altro. Durante i momenti chiave — un inno nazionale cantato con troppa enfasi, un calcio d’angolo che trattiene il respiro di migliaia di persone, un rigore che concentra su di sé ogni sguardo — intervengo con precisione. Traccio segni della croce che nessuno nota, sussurro formule che si confondono con il rumore della folla, spezzo, poco alla volta, il flusso invisibile che si crea.

Non è un lavoro facile. Le telecamere sono ovunque, gli steward osservano, la massa stessa può diventare ostile a ciò che non comprende. Ma con il tempo ho imparato a muovermi con naturalezza, a sembrare parte del tutto pur operando contro di esso. E i risultati, per quanto possano sembrare casuali agli occhi di molti, sono sotto gli occhi di tutti.
Tre edizioni consecutive del Mondiale senza l’Italia. Tre interruzioni di quel ciclo ipnotico che sembrava inarrestabile. Tre occasioni in cui milioni di italiani, privati del loro rituale più potente, hanno dovuto fare i conti con un vuoto improvviso, con un silenzio che, anche solo per un istante, ha permesso a qualcosa di diverso di emergere.
Non cerco riconoscimenti, e anzi spero di non riceverne. Il mio compito non è essere visto, ma agire. Non lo faccio per gloria, ma per amore di un popolo che merita di essere libero, anche quando non si accorge di non esserlo. Se un giorno torneremo ai Mondiali, sarà perché qualcosa sarà cambiato, non nei moduli o nei giocatori, ma nello spirito. Fino ad allora, continuerò a fare ciò che devo, nel silenzio e tra la folla, là dove pochi penserebbero di cercare un esorcista.
Pace e bene.
