Napoli, città di contrasti e passioni, dove il sole bacia il mare e i vicoli raccontano storie di vita, spesso complicate. È proprio una di queste vicende che andremo oggi a raccontare, e confidando nel vostro buonsenso vi chiediamo di sospendere il vostro giudizio sulle vite delle persone coinvolte nei fatti. Parliamo di gente umile e di buon cuore, che per vivere, come unica alternativa, è dedita ad attività malviste dalla società.
Grazie a Crispino, un ufologo di nostra conoscenza che opera su territorio partenopeo, siamo entrati in possesso delle testimonianze di Ciro e Gennaro, due fratelli che hanno vissuto sulla loro pelle un incontro ravvicinato del terzo tipo.
La vicenda si svolge a Posillipo, quartiere collinare di Napoli, noto per la sua eleganza e per essere da sempre residenza privilegiata dell’alta borghesia partenopea. È qui, in un contesto sospeso tra il lusso discreto e l’antica memoria della città, che si inserisce l’episodio in questione.
Sono circa le tre del mattino. Due uomini si aggirano tra le ombre silenziose delle ville. Si chiamano Gennaro e Ciro. Il mestiere che esercitano è umile e fuori dai canoni della legalità: nel gergo dei vicoli, sono noti come “mariuòli”. È una notte come tante, eppure qualcosa sta per accadere.
L’obiettivo è chiaro: una villetta isolata, da poco acquistata – secondo voci della strada – da un imprenditore canadese, uomo facoltoso, spesso all’estero, apparentemente privo di legami con il territorio. Tutto sembra perfetto. Una casa disabitata, nessuna sorveglianza, nessun rischio apparente.
Per Gennaro e Ciro, è il colpo della vita. Ma come spesso accade in certe storie… le apparenze ingannano.
Quando varcano la soglia della villetta, Gennaro e Ciro non possono fare a meno di notare qualcosa di strano: nessun allarme scatta, nessuna telecamera li segue con occhio elettronico. È tutto troppo facile. Un silenzio irreale, quasi ovattato, avvolge gli ambienti. La casa sembra vuota, eppure viva. Come se stesse aspettando qualcosa… o qualcuno.
I due si dividono, come da piano. Gennaro punta dritto verso lo studio: se c’è una cassaforte, è lì che si troverà. Ciro, invece, si dirige verso la camera da letto, a caccia di gioielli, contanti, oro. I minuti scorrono lenti, scanditi solo dal rumore attutito dei passi sulle piastrelle lucide.
Ma qualcosa, improvvisamente, cambia.
Una presenza. Prima è solo una sensazione. Un brivido che sale lungo la schiena. Poi, un rumore: un sussurro, quasi un respiro che non appartiene a nessuno dei due. Quando alzano lo sguardo, la vedono. Una sagoma umanoide, alta, sottile, immobile. Sta lì, al centro del corridoio, in controluce. La sua aura emette una debole luminescenza pallida, bluastra, come fossero riflessi lunari liquidi. Nessun volto visibile. Solo due occhi che sembrano brillare debolmente nell’oscurità.
Presi dal panico, i due cercano di fuggire. Tornano verso la finestra da cui erano entrati, ma qualcosa è cambiato: è sigillata, come se il vetro si fosse fuso ai bordi del telaio. Nessun varco, nessuna uscita.
Nel frattempo, l’essere si avvicina. I suoi movimenti sono fluidi, quasi sospesi, come se ignorasse la gravità. A pochi metri da loro, la creatura solleva lentamente le mani. E solo allora i fratelli notano il dettaglio che non dimenticheranno mai.
Tre dita.

Non amputate come quelle del loro amico Geppino – che aveva perso le falangi a Capodanno, giocando con i petardi – ma tre dita perfettamente formate. Lunghe, affusolate, innaturalmente simmetriche. Non umane.
La paura è totale. Gennaro afferra una sedia, la scaglia contro una finestra laterale. Il vetro, dopo un attimo di resistenza, esplode in mille frammenti. L’aria della notte piomba nella stanza come un’ancora di salvezza. Senza guardarsi indietro, i due si lanciano nel vuoto e rotolano giù lungo il giardino in pendenza.
Alle loro spalle, solo il silenzio. Nessun inseguimento. Nessuna traccia. Solo quella presenza, rimasta ferma sull’uscio, a osservarli mentre si allontanano. Un’ombra imperscrutabile nel cuore della notte partenopea.
Il giorno dopo, non viene trovata alcuna traccia dell’effrazione. Nessuna denuncia, nessun intervento della polizia, nessuna prova materiale della presenza descritta. L’abitazione risulta ancora disabitata, e il presunto proprietario è irrintracciabile.
Dopo quella notte, qualcosa si è incrinato per sempre. Ciro e Gennaro non sono più riusciti a rimettersi in piedi. Le notti insonni, l’ansia che non li lasciava respirare, il terrore che potesse ricomparire da un momento all’altro… alla fine li hanno spezzati. Hanno smesso di lavorare, semplicemente. Non per scelta, ma per sfinimento.
Quel poco che restava – un sussidio, una speranza di tirare avanti – è svanito anch’esso con l’abolizione del Reddito di Cittadinanza.
E ora restano lì, ai margini, dimenticati. Più che colpevoli, sono due sopravvissuti a qualcosa che non sanno nemmeno spiegare.
Considerazioni finali
Il racconto di Gennaro e Ciro è, a tutti gli effetti, anomalo. La totale assenza di sistemi di sicurezza, l’apparizione della figura non identificata, il sigillo della finestra e l’anatomia dell’essere osservato sono elementi che non trovano facile spiegazione.
Per i due uomini, si è trattato inizialmente di un furto facile. Ma quello che hanno trovato all’interno della villetta di Posillipo va ben oltre l’esperienza comune di chi vive ai margini della legalità.
Il caso rimane senza risposte. Ma una domanda resta: chi – o cosa – abitava davvero quella casa?
