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L’Urlo di Munch grida alle scie chimiche?

3 Min. di lettura
Dettaglio della “Madonna dell’UFO“, Palazzo Vecchio, Firenze

Nei dipinti si nascondono spesso dettagli che vanno ben oltre l’intenzione estetica dell’autore. Alcuni li considerano semplici curiosità, altri li chiamano easter egg, ma c’è anche chi li interpreta come segnali che un’epoca lascia a un’altra, tracce involontarie che sopravvivono al loro stesso contesto storico. È il caso per esempio dei celebri dischi volanti presenti in alcuni dipinti mariani, a lungo letti come simboli religiosi e solo in tempi recenti riletti con uno sguardo diverso. Non come prove definitive, ma come domande rimaste sospese nel tempo.

Come Comitato Chiave Orgonica ci occupiamo da sempre di questo tipo di anomalie visive e storiche, e non poteva quindi sfuggire alla nostra attenzione uno dei dipinti più celebri e apparentemente più interpretati della storia dell’arte moderna: L’Urlo di Edvard Munch.

L’opera, realizzata nel 1893, raffigura lo stesso Munch lungo una strada, colto in un momento di terrore assoluto, mentre alle sue spalle si staglia un cielo che ha poco di naturale. Non si tratta di un semplice tramonto suggestivo, ma di una volta celeste attraversata da strisce rosse, ondulate, quasi aggressive, che sembrano incombere sulla figura umana più di quanto la accompagnino.

È lo stesso Munch a descrivere l’episodio che diede origine al dipinto, e nella sua testimonianza il cielo assume un ruolo centrale, ben lontano dall’essere un semplice sfondo:

“Il sole calava. Sembrava una spada infuocata di sangue che tagliava la volta celeste. Il cielo era di sangue, sezionato in strisce di fuoco. Esplodeva il rosso sanguinante. Ho avvertito un grande urlo, ho udito realmente un grande urlo. I colori della natura mandavano in pezzi le sue linee; le linee e i colori risuonavano vibrando. Queste oscillazioni della vita non solo costringevano i miei occhi a oscillare, ma imprimevano altrettante oscillazioni alle orecchie, perché io realmente ho udito quell’urlo. E poi ho dipinto il quadro L’Urlo.”

Oggi, in un’epoca in cui siamo abituati a cieli lattiginosi, a tramonti sporchi, a strisce persistenti che non si dissolvono mai del tutto, una descrizione del genere rischia di non colpire più di tanto. Ai lettori fedeli e alla gente sveglia non serve precisare che Munch era chiaramente shoccato dalla vista di un cielo coperto di scie chimiche. Al popolo odierno, che vive sotto cieli carichi di bario e di sostanze di cui raramente si parla apertamente, queste immagini non fanno né caldo né freddo. Ma per Munch non era così, quel cielo non era normale, e il terrore che traspare dalle sue parole è tutt’altro che simbolico.

Da qui nasce la nostra domanda. Com’è possibile che nel 1893 Munch descriva un cielo palesemente rigato da scie chimiche, attraversato da strisce di colore innaturale, quando il primo volo dei fratelli Wright avverrà soltanto dieci anni più tardi?

L’obiezione è sensata e, sul piano storico, più che corretta. Proprio per questo rischia di essere fuorviante. L’errore più comune è infatti quello di credere che le scie chimiche siano nate con gli aerei, quando in realtà gli aerei rappresentano solo il mezzo oggi più comodo e più normalizzato per continuare a spargerle. Prima dell’aviazione moderna, esistevano altri sistemi, altri esperimenti, altre modalità di intervento sull’atmosfera che non avevano ancora un nome preciso né una narrazione ufficiale.

Quello che oggi definiamo “tecnologia”, alla fine dell’Ottocento veniva chiamato semplicemente “esperimento”, e si svolgeva in un contesto privo di regolamentazioni, di studi sugli effetti a lungo termine e, soprattutto, di un’opinione pubblica in grado di opporsi. È evidente che le scie chimiche moderne, diffuse tramite aviogetti, abbiano composizioni ed effetti diversi da quelle dell’epoca, ma alcuni elementi ricorrono, tra cui l’uso di sostanze come lo stronzio, responsabili di colorazioni rossastre e di alterazioni visive ben documentate.

Quanto alla diffusione, il contesto storico parla da sé. La rivoluzione industriale era in pieno corso e stava immettendo nell’aria quantità enormi di sostanze tossiche, provenienti non solo da ambiti civili ma anche da sperimentazioni di natura militare. Dirigibili bianchi senza insegne e palloni scientifici solcavano i cieli dell’epoca, meno frequenti rispetto agli aerei di oggi, ma sufficienti a passare inosservati in un mondo che non aveva ancora imparato a guardare il cielo con sospetto.

Ciò che nessuno aveva messo in conto era che un pittore di passaggio, particolarmente sensibile, avrebbe deciso di fissare su una tela non l’origine del fenomeno, ma il suo effetto più immediato: la percezione di un cielo ostile e l’angoscia che ne derivava. A quel punto, la reazione dei militari non si fece attendere e usò la sua arma preferita: la disinformazione e lo scherno. Munch venne rapidamente etichettato come mentalmente fragile, e l’opera fu interpretata come espressione di un disagio interiore, di una crisi esistenziale, di una visione simbolica del mondo, di un uomo sull’orlo di un crollo nervoso. In questo modo l’attenzione si spostò dalla possibile causa alla reazione umana, secondo un meccanismo che conosciamo bene. Munch divenne l’uomo che urla, mentre il cielo che lo circonda venne ridotto a semplice metafora o a spiegazioni naturali ben poco credibili. Eppure resta la sensazione che quell’urlo non fosse soltanto interiore, ma nascesse da un’intuizione scomoda: che il cielo avesse smesso di essere neutrale e che il problema, da lì in avanti, sarebbe stato convincere tutti a guardare più in alto e meno in basso.

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Sull'autore
Nato da padre italiano e madre tedesca, Wotan inizia la sua attività da ricercatore indipendente a 23 anni, shoccato dalla vista delle prime chemtrail. Attualmente residente in terra teutonica, è traduttore professionista di testi divulgativi, nonché socio fondatore della Gesellschaft für das Erwachen der Bevölkerung (GEB).
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