Negli ultimi anni le scie chimiche sono diventate uno dei punti centrali della ricerca indipendente mondiale. Anche noi, come è noto, ci impegniamo quotidianamente nel denunciarle, analizzarle e divulgarne gli effetti, convinti che l’informazione dal basso sia l’unico vero strumento di difesa collettiva. Tuttavia, una domanda scomoda ha iniziato a farsi strada: e se tutto questo parlarne stesse producendo l’effetto opposto?
Non si tratta di un ripensamento ideologico né, come qualcuno già sospetterà, di un’improvvisa conversione dettata da finanziamenti dei poteri forti. Il dubbio nasce da uno studio condotto da un team di esperti di scie chimiche azero, che ha analizzato la correlazione tra esposizione mediatica del fenomeno e incremento di comportamenti emulativi.
Il meccanismo non è nuovo. La cronaca italiana ricorda bene il caso delle pietre lanciate dai cavalcavia: per mesi singoli episodi isolati, poi una copertura mediatica martellante, infine un’ondata di emulatori, spesso giovanissimi, attratti più dalla visibilità che dalla violenza in sé. Fenomeni analoghi si sono osservati con i laser puntati contro i piloti, con le cosiddette “challenge” estreme sui social e persino con alcuni sabotaggi ferroviari: l’atto nasce marginale, ma diventa replicabile nel momento in cui entra stabilmente nel racconto pubblico.

Secondo lo studio azero, qualcosa di simile starebbe accadendo anche nel mondo dell’aviazione. A forza di denunciare online ogni scia come “chimica”, di pubblicare foto, mappe, tracciati radar e video virali, si sarebbe creato un contesto perfetto per una nuova forma di emulazione. Piloti in cerca di attenzione, compagnie minori e aspiranti aviatori vedrebbero nella “scia sospetta” un modo semplice per ottenere visibilità, engagement e notorietà sui social. Spruzzare di più, volare in determinate condizioni atmosferiche, accentuare la persistenza delle scie diventerebbe così una scelta non tecnica, ma comunicativa.
Ancora più inquietante è il dato sociologico evidenziato dai ricercatori: molti giovani si starebbero avvicinando al mestiere del pilota non per passione aeronautica, ma per il potenziale simbolico e mediatico del ruolo. Diventare “quelli delle scie” significherebbe entrare immediatamente in un racconto polarizzato, dove ogni gesto è osservato, commentato, condiviso.
Il paradosso è evidente. Nel tentativo di smascherare il fenomeno, rischiamo di amplificarlo. Così come le campagne urlate contro i sassi dai cavalcavia non li hanno fermati subito, ma anzi ne hanno moltiplicato i casi, anche l’ossessione comunicativa sulle scie chimiche potrebbe averle rese più frequenti, più visibili, più “desiderabili” per chi cerca riconoscimento.
La domanda resta aperta e volutamente scomoda: continuare a denunciare senza sosta è sempre la strategia migliore, o è arrivato il momento di interrogarsi su come e quanto parlarne? La ricerca indipendente, se vuole davvero essere tale, deve avere il coraggio di mettere in discussione anche le proprie pratiche. Anche quando questo significa guardare un problema da una prospettiva che non ci piace.
