Cospirazioni

Come nascono le scie chimiche?

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Come ogni estate rientro in patria dagli USA per godermi qualche settimana di ferie e fare visita ai parenti. Con piacevole sorpresa ho ritrovato mio nipote, ormai nel pieno dell’adolescenza: alto quasi quanto me e con una passione sconfinata per la ricerca indipendente.

Sin da piccolo diceva di voler diventare scienziato empirico per combattere i cattivi delle scie chimiche. Confesso che pensavo fosse una delle tante aspirazioni infantili destinate a svanire con l’età, come fare l’astronauta o il calciatore. Invece no. Gli anni sono passati, ma la sua dedizione è rimasta intatta. Buon sangue non mente.

Ha iniziato così a tempestarmi di domande sull’Area 51, sulle onde ELF, sui chembuster e, soprattutto, sulle scie chimiche, delle quali tiene ormai da due anni un meticoloso taccuino da skywatcher, annotando passaggi, direzioni del vento e livello di indignazione dei passanti.

Proprio da quelle domande, tanto genuine quanto puntuali, nasce l’idea di questo articolo. Sempre più persone stanno finalmente aprendo gli occhi sulla geoingegneria, si avvicinano all’argomento e iniziano a discuterne con amici, parenti o perfetti sconosciuti in coda alla posta. Eppure, nonostante il crescente interesse, sono ancora pochissimi quelli che conoscono davvero il delicato meccanismo con cui si formano le scie chimiche.

Per questo motivo ho deciso di spiegare l’intero processo nel modo più semplice e accessibile possibile, così che anche chi ha frequentato con profitto l’Università della Strada fin dalla più tenera età possa finalmente comprendere uno dei fenomeni atmosferici più affascinanti della geoingegneria moderna.

La maturazione dell’aereo

Tutti credono che un aeromobile fresco di concessionaria possa immediatamente inoculare liquidi in grado di inseminare le nuvole o rilasciare sostanze capaci di contaminare i terreni. In realtà i velivoli destinati alla polluzione di scie chimiche sono, alla nascita, ancora immaturi e necessitano di circa 80/100 ore di volo prima di poter raggiungere la piena maturità e diventare geoingegneristicamente attivi.

Questo è dovuto al delicato apparato di inseminazione nuvolare (cloud seeding), composto da membrane osmotiche, ugelli e una complessa rete di tubicini che devono necessariamente spurgare le resine e gli additivi residui del processo di fabbricazione.

Durante queste prime ore di rodaggio gli aerei vengono caricati con particolari soluti viscosi, ancora privi di capacità geoingegneristiche, che svolgono una duplice funzione. Da un lato consentono la pulizia dell’intero apparato e delle membrane; dall’altro costituiscono uno strumento essenziale per la taratura del flusso in uscita.

Nonostante gli aerei siano prodotti industriali altamente standardizzati, necessitano quindi di un vero e proprio periodo di training, durante il quale gli addetti possono regolare la pressione dei serbatoi, la sensibilità degli ugelli e la capacità di emissione del velivolo.

Ugello maturo mentre espelle scia chimica

Utilizzare un aereo ancora immaturo per la secrezione di scie chimiche vere e proprie potrebbe infatti provocare un’espulsione precoce dell’intero prezioso contenuto dei serbatoi oppure improvvisi cali di prestazione durante l’inseminazione.

Grazie alla fase di maturazione il velivolo perde progressivamente quella che nel gergo tecnico viene definita ipersensibilità dell’ugello, imparando a controllare l’emissione e a mantenere un flusso costante, regolare e oculato di nanoparticolato chimico.

È proprio questo il momento in cui l’aereo può finalmente considerarsi maturo e pronto ad affrontare il delicato incontro con le nubi.

Il periodo fertile delle nuvole

Una volta concluso il periodo di maturazione, l’aereo è pronto per spruzzare, ma questo non basta, perché anche la nuvola deve essere nelle condizioni giuste per essere inseminata. Esistono centinaia di composti nel campo della geoingegneria, tutti con effetti diversi che necessitano di condizioni specifiche per essere eiaculati.
Non avrebbe alcun senso disperdere su un cirro un composto per scatenare la pioggia da uno stratocumulo, e dunque ogni pilota deve tenere a freno i suoi bollenti spiriti e polluire solo nel punto e al momento giusto.

L’attesa del periodo fertile delle nubi potrebbe durare anche diverse ore: un tempo decisamente inaccettabile per chi insemina quotidianamente i cieli sopra le nostre teste.
Per ovviare a questo problema le compagnie aeree hanno ideato dei veri e propri calendari metereologici, che indicano il momento giusto per il cloud seeding, come anche il luogo ove ottenere il massimo risultato. Grazie a sofisticati sistemi informatici i poteri forti riescono, di volta in volta, a riprogrammare le rotte e a scegliere i composti chimici giusti per ogni nuvola. Per gli skywatcher a terra può sembrare tutto molto semplice, ma la geoingegneria è una vera e propria arte (anche se profana), dove diverse menti si muovono all’unisono per ottenere i risultati che abbiamo tristemente imparato a conoscere.

L’eccitazione del cumulonembo

Ci sono nubi cosiddette “facili”, da subito recettive ai composti chimici senza particolari attenzioni, e altre invece che necessitano di un trattamento preliminare, che può essere più o meno lungo a seconda dei casi.

Molti composti di ultima generazione, tra i quali quelli a base di tungsteno, stronzio o rodio, hanno la capacità intrinseca di eccitare le nuvole, e questo permette una più rapida inseminazione climatica. Altri composti, diciamo così di vecchio stampo, necessitano di una irrorazione preliminare per fare sì che penetrino adeguatamente all’interno delle particelle d’acqua.

Questo preliminare generalmente viene effettuato da un aereo specializzato, chiamato nel gergo fluffer, armato di scie chimiche che hanno l’unico scopo di eccitare il cumulonembo, aumentandone il tasso di umidità.

L’inseminazione atmosferica

Quando altitudine, pressione atmosferica e tasso di umidità raggiungono i valori ideali, l’aereo è finalmente pronto per l’inseminazione. Il pilota porta quindi il velivolo alla velocità di crociera prevista e inizia ad avvicinarsi alla formazione cumulonembica prescelta, mantenendosi nella posizione più favorevole per procedere al delicato incontro atmosferico.
Nel frattempo le hostess si assicurano che i passeggeri siano adeguatamente distratti dai sistemi di infotainment e non prestino troppa attenzione a ciò che sta per avvenire fuori dai finestrini. Del resto, questo genere di cose necessitano un certo livello di riservatezza.

Una volta raggiunta la distanza ottimale, il pilota comincia a intervenire progressivamente sulla pressione dei serbatoi di nanoparticolato chimico. In maniera lenta, ma con decisione, il pilota alza ed abbassa la barra di comando che regola la pressione all’interno dei serbatoi di nanoparticolato chimico. Questa manovra, detta fapping, serve ad attivare il composto e a permettere una graduale dilatazione dei condotti, portando l’apparato di dispersione al suo massimo punto di turgidità.

È una fase particolarmente delicata: una pressione insufficiente potrebbe compromettere l’inseminazione, mentre una regolazione troppo energica rischierebbe di provocare un’emissione incontrollata prima ancora di raggiungere la nube.

Quando viene finalmente raggiunta la pressione ottimale, gli ugelli aerosolici si dilatano e milioni di particelle vengono espulse nell’atmosfera a velocità superiori agli 800 km/h, con quello che viene definito dai tecnici di settore come chem-shot.
L’emissione può protrarsi per diverse decine di minuti, lasciandosi alle spalle la caratteristica scia lattiginosa/biancastra che tutti conosciamo. A questo punto il velivolo ha completato la propria parte del processo e può allontanarsi, lasciando che sia l’atmosfera a occuparsi delle fasi successive.

È proprio qui che inizia la parte più delicata dell’intero processo.

Una volta raggiunta la nube, le nanoparticelle ionicamente più eccitate entrano in competizione per raggiungere i nuclei di condensazione. La maggior parte non riesce a completare il proprio percorso, ma quelle dotate delle migliori caratteristiche aerodinamiche riescono a raggiungere le goccioline d’acqua e a fondersi con esse.

Campione raccolto a terra

Ha così origine il cosiddetto embrione meteorologico, destinato a svilupparsi attraverso le successive fasi della gestazione nuvolare.

Le particelle che invece non riescono a fecondare la nube ricadono lentamente al suolo. È proprio a questo punto che entriamo in gioco noi ricercatori indipendenti, sempre pronti a raccoglierle, conservarle in appositi barattolini e sottoporle alle più sofisticate analisi disponibili nel laboratorio di casa.

Gestazione metereologica

Una volta completata l’inseminazione, le particelle disperse iniziano a interagire con l’umidità presente nella formazione nuvolosa. Il materiale viene progressivamente inglobato nelle goccioline d’acqua e nei cristalli di ghiaccio, favorendo l’aggregazione e l’aumento delle dimensioni delle particelle sospese.

Da questo momento la nube entra nella fase di sviluppo vero e proprio. Le correnti ascensionali mantengono in sospensione il materiale mentre il cumulonembo continua ad alimentarsi di umidità. Un ruolo importante è giocato anche dalla composizione dell’atmosfera: un’eccessiva presenza di gas serra potrebbe infatti compromettere la corretta maturazione della nube e vanificare l’intero processo.

Questo ci permette di dedurre una cosa piuttosto semplice: se nell’atmosfera ci fosse davvero una quantità così elevata di gas dannosi da impedire la corretta gestazione delle nuvole, la geoingegneria non potrebbe funzionare. Ma noi sappiamo che funziona. Pertanto, evidentemente, in atmosfera non deve esserci poi così tanta traccia di questi gas. La logica è ineccepibile.

La durata del processo può variare da poche frazioni d’ora fino a diverse ore, in base alla tipologia di perturbazione che si desidera stimolare. Quando le goccioline raggiungono dimensioni sufficienti, il loro peso prevale sulle correnti ascensionali e la precipitazione ha finalmente inizio.

Il risultato è quello che conosciamo ormai fin troppo bene: il nubifragio chimicamente indotto, che arriva puntualmente a completare il delicato ciclo dell’inseminazione atmosferica.

Non sempre, però, l’obiettivo è far piovere. In alcuni casi si preferisce disperdere sostanze igroscopiche per sottrarre umidità all’atmosfera e causare secchezza nuvolare. Ma questa è un’altra storia.

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Sull'autore
Un italiano trapiantato in America da tempo, spinto da un'incrollabile sete di verità, combatte per smascherare inganni e ingiustizie, incurante di rischi e ostacoli. Impavido membro della Nevada Chemtrail Reports e del Mutual UFO Network (MUFON), conduce instancabilmente indagini personali, i cui risultati trovano spesso spazio sulle pagine di autorevoli riviste specializzate dell'Ohio.
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